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Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile
Ordinanza 17 dicembre 2019, n. 33407


Massima
Appalto (contratto di) - Ausiliari dell'appaltatore - Diritti verso il committente pagamento di retribuzioni ai lavoratori dipendenti dell'appaltatore - Azione del lavoratore ex art. 1676 c.c. - Risarcimento da licenziamento illegittimo - Esclusione - Fondamento.


L'azione dei dipendenti dell'appaltatore nei confronti del committente di cui all'art. 1676 c.c. non può avere ad oggetto le somme liquidate a titolo di risarcimento del danno da licenziamento illegittimo, in quanto essa riguarda solo il credito maturato dal lavoratore in forza dell'attività svolta per l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio oggetto dell'appalto, in coerenza con la "ratio" della norma di determinare l'indisponibilità del credito dell'appaltatore-datore di lavoro nei confronti del committente, al fine di garantire i lavoratori che hanno prestato la loro opera per l'esecuzione dell'appalto, sicché quando essi si rivolgono al committente questi diviene loro diretto debitore, in solido con l'appaltatore, fino alla concorrenza del debito per il corrispettivo dell'appalto.

Integrale


Integrale
Licenziamento - Illegittimitą - Condanna del datore di lavoro al risarcimento danno - Fallimento della societą - Insinuazione al passivo del credito vantato dal lavoratore - Attivazione della tutela monitoria da parte del lavoratore nei confronti del Comune - Decreto ingiuntivo - Opposizione - Accoglimento - Impugnazione - Art. 1676 c.c. - Violazione - Ritenuta estraneitą del credito nell'ambito di applicazione della norma - Erroneitą - Esclusione


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia - Presidente

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa - Consigliere

Dott. TRICOMI Irene - rel. Consigliere

Dott. SPENA Francesca - Consigliere

Dott. BELLE' Roberto - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23811-2014 proposto

(OMISSIS), domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS) rappresentato e difeso dall'avvocato (OMISSIS);

- ricorrente -

contro

COMUNE DI BARLETTA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS);

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 340/2014 della CDRTE D'APPELLO di BARI, depositata il 17/04/201.4 R.G.N. 4700/2011.

RITENUTO

1. Che la Corte d'Appello di Bari, con la sentenza n 340 del 2014, pronunciando sull'impugnazione proposta dal Comune di Barletta nei confronti di (OMISSIS), ha accolto l'appello, e per l'effetto ha revocato il decreto ingiuntivo, emesso dal Tribunale di Trani, con cui era stato ingiunto al suddetto Comune di pagare, in favore di (OMISSIS), la somma di Euro 108.512,27, oltre rivalutazione.

2. Il (OMISSIS) aveva prestato attivita' lavorativa in favore della societa' (OMISSIS) s.r.l., ed era stato illegittimamente licenziato dalla medesima societa'.

A seguito di reintegra nel rapporto di lavoro, giusta sentenza del Tribunale di Trani, il datore di lavoro era stato condannato al risarcimento del danno e alla corresponsione delle retribuzioni non percepite dal lavoratore.

In ragione del fallimento della suddetta societa', il lavoratore aveva insinuato nel passivo fallimentare il proprio credito.

Poiche' il Comune di Barletta era debitore nei confronti della societa' (OMISSIS) s.r.l. (datore di lavoro) in forza di lodo arbitrale, il levoratore aveva attivato la tutela monitoria ai sensi dell'articolo 1676 c.c. a seguito della quale il Tribunale aveva emesso il decreto ingiuntivo.

L'opposizione proposta dal Comune veniva rigettate.

3. La Corte d'Appello accoglieva l'opposizione, sia in ragione della mancanza di prova della pretesa creditoria da parte del (OMISSIS), sia perche' la fattispecie non era riconducibile all'articolo 1676 c.c..

4. Per la cassazione della sentenza di appello ricc-re il (OMISSIS) prospettando sei motivi di ricorso.

5. Resiste il Comune con controricorso.

6. In prossimita' dell'adunanza camerale il lavoratore ha depositato memoria.

CONSIDERATO

1. Che con il primo motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione degli articoli 115, 116, 416, 167 e 112 c.p.c., degli articoli 2697, 2909, 1292, 1306, 1676 c.c., in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 3; erra la Corte d'Appello nella ricognizione della fattispecie astratta, disattendendo il principio di contestazione specifica del novellato articolo 115 c.p.c., ritenendo che la regola processuale ivi dettata sia quella osservata dal Comune ingiunto, che contesta le allegazioni del ricorso attraverso clausole generiche e di stile, richiedendo invece le suddette norme contestazioni specifiche.

La Corte d'Appello avrebbe erroneamente interpretato la fattispecie astratta recata dalle suddette disposizioni.

Correttamente, invece, il Tribunale aveva ritenuto la mancanza di specifica contestazione da parte del Comune e l'obiettiva affermazione di verita' della sentenza relativa alla vicenda presupposta, allegata al ricorso introduttivo del giudizio.

2. Con il secondo motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione degli articoli 115, 116, 416, 167 e 112 c.p.c., degli articoli 2697, 2909, 1292, 1306 e 1676 c.c., in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 3, e nullita' in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 4, per violazione della regola processuale di vincolata esenzione calla valutazione delle prove in ragione della mancata contestazione specifica da parte dell'ingiunto; erra la Corte d'Appello nel ritenere di procedere alla valutazione della prova invece di astenersi dalla medesima.

Ed infatti, la Corte d'Appello non aveva tenuto conto della mancanza di specifica contestazione ex articolo 115 c.p.c., ne' aveva considerato il valore di affermazione obiettiva di verita' della sentenza resa nei confronti della societa' (OMISSIS) s.r.l.

3. Con il terzo motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione degli articoli 115, 116, 416, 167, 112, c.p.c., degli articoli 2697, 2909, 1292, 1306 e 1676 c.c., in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 3, e nullita' della sentenza ex articolo 360 c.p.c., n. 4, ai sensi dell'articolo 112 c.p.c.; erra la Corte d'Appello nel rilevare d'ufficio l'estraneita' del credito in questione alla disciplina dell'articolo 1676 c.c..

Assume il ricorrente che l'opponente non aveva mai eccepito quanto rilevato d'ufficio dalla Corte d'Appello, e cioe' l'essere la natura risarcitoria del credito da reintegra estranea alla sfera di applicazione dell'articolo 1676 c.c. Pertanto il giudice di appello aveva violato l'articolo 112 c.p.c.

4. Con il quarto motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione dell'articolo 1676 c.c., in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 3; erra la Corte d'Appello nel ritenere estranea alla suddetta norma la natura del credito per retribuzioni arretrate da illegittimo licenziamento.

Cio' che rileva e' il collegamento all'appalto e non la natura del credito.

Afferma il ricorrente che le retribuzioni non percepite nel periodo di ingiusto licenziamento (a prescindere dalla loro natura retributiva, risarcitoria o indennitaria) rientrano nel contratto d'appalto utile al committente.

Dunque, e' il nesso tra appalto e licenziamento e non la natura del credito a valere per agire nel rapporto trilaterale in materia di appalto.

5. Riservando al seguito l'esame del quinto e del sesto motivo di ricorso, si rileva che ha priorita' logica e giuridica l'esame dei motivi terzo e quarto, in quanto, entrambi, sotto diversi profili, attengono alla statuizione del giudice di appello che ha escluso l'applicabilita' dell'articolo 1576 c.c., e quindi la possibilita' di azionare il credito in questione nei confronti del Comune.

6. Il terzo motivo non e' fondato.

Nella specie la Corte d'Appello ha escluso la sussumibilita' della fattispecie in esame nell'ambito di applicazione dell'articolo 1676 c.c.

Non vi e' dunque questione di carenza di titolarita', attiva o passiva, del rapporto controverso, rispetto a cui il ricorrente deduce la non rilevabilita' d'ufficio, ma l'applicazione del principio "iura novit curia" di cui all'articolo 113 c.p.c., comma 1, in virtu' del quale il giudice ha il potere-dovere di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in giudizio, nonche' all'azione esercitata in causa, potendo porre a fondamento della sua decisione disposizioni e principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti, purche' i fatti necessari al perfezionamento della fattispecie ritenuta applicabile coincidano con quelli della fattispecie concreta sottoposta al suo esame, essendo allo stesso vietato, in forza del principio di cui all'articolo 112 c.p.c., porre a base della decisione fatti che, ancorche' rinvenibili all'esito di una ricerca condotta sui documenti prodotti, non siano stati oggetto di puntuale allegazione o contestazione negli scritti difensivi delle parti, esercizio con le connesse questioni sulla e' rilevabile di ufficio dal giudice se risultaste dagli atti di causa (Cass., n. 8645 del 2018, n. 30607 del 2018).

Nella specie la Corte d'Appello ha rigettato la domanda del lavoratore in quanto erroneamente fondata sull'applicabilita' dell'articolo 1676, c.c., ai fatti di causa.

7. Il quarto motivo di ricorso non e' fondato.

Con giurisprudenza consolidata, riaffermata dalla recente ordinanza n. 7887 del 2019 che la richiama, questa Corte ha affermato che la norma dell'articolo 1676, c.c., attribuisce ai dipendenti dell'appaltatore una azione diretta - (per conseguire quanto loro dovuto per effetto dell'attivita' prestata in relazione all'opera o servizio appaltato) - confronti del "committente", con disposizione applicabile anche a subappaltore pur sempre in relazione al "committente" del datore di lavoro, che nel contratto di subappalto e' il primo appaltatore e non gia' il committente originario.

Per consolidata giurisprudenza di questa Corte lo scopo dell'articolo 1676, c.c., e' quello di determinare la indisponibilita' del credito dell'appaltatore-datore di lavoro nei confronti del committente, al fine di garantire i lavoratori che hanno prestato la loro opera per la esecuzione dell'appalto, sicche' dal momento in cui gli ausiliari dell'appaltatore si rivolgono al committente questi diviene diretto debitore, in solido con l'appaltatore, fino alla concorrenza del proprio debito per il corrispettivo dell'appalto e se paga all'appaltatore non e' liberato dalla obbligazioni verso gli ausiliari (Cass., n. 10439 del 2012).

Consegue alla ratio della norma, come gia' chiarito da questa Corte (Cass., n. 23489 del 2010) che l'azione diretta proposta dal dipendente dell'appaltatore contro il committente per conseguire quanto gli e' dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l'appaltatore al momento della proposizione della domanda, e' prevista dall'articolo 1676 c.c., con riferimento al solo credito maturato dal lavoratore in forza dell'attivita' svolta per l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio oggetto dell'appalto, e non anche con riferimento ad ulteriori crediti, pure relativi allo stesso rapporto di lavoro.

Peraltro, tale interpretazione trova riscontro nella giurisprudenza di questa Corte (si v., ex multis, Cass., n. 28517 del 2019, n. 10354 del 2016) che in relazione al Decreto Legislativo n. 26 del 2003, articolo 29, comma 2, che detta il regime della responsabilita' solidale del committente con l'appaltatore di servizi opera, ha affermato che tale disposizione deve essere interpretata in maniera rigorosa, nel senso della natura strettamente retributiva degli emolumenti che il datore di lavoro risulti tenuto a corrispondere ai propri dipendenti ed ha pertanto escluso (civ., Cass., n. 27678 del 2018) l'applicabilita' del predetto regime alle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno da licenziamento illegittimo.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi sopra esposti, ed e' dunque immune dalle censure che le sono state mosse.

8. Puo' passarsi all'esame del primo e del secondo motivo di ricorso, che devono essere trattati insieme in ragione della loro connessione. Gli stessi sono inammissibili per carenza di interesse.

Come si e' accennato la Corte d'Appello ha posto a fondamento della decisione due distinte ratio decidendi. La domanda del (OMISSIS), infatti, e' stata rigettata sia in ragione della mancanza di prova della pretesa creditoria, sia perche' la fattispecie non era riconducibile all'articolo 1676 c.c.

Una volta esclusa la fondatezza dei motivi di ricorso volti a censurare una delle plurime rationes decidendi - come nella specie in ragione del rigetto del terzo e del quarto motivo di ricorso vertenti sull'applicabilita' dell'articolo 1676 c.c. - opera il principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui "qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralita' di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle "rationes decidendi" rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alte altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l'intervenuta definitivita' delle altre, alla cassazione della decisione stessa" (Cass. n. 2108 del 2012, n. 27206 del 2017).

9. Vengono in esame gli ultimi due motivi di ricorso.

10. Con il quinto motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione degli articoli 1676, 2935, 2945, 2953 e 1310 c.c., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3; infondatezza delle eccezioni di prescrizione del credito e insussistenza del debito della committente verso l'appaltatrice - sollevate dall'appellante e dichiarate assorbite dalla Corte d'Appello.

11. Alla non fondatezza e alla inammissibilita' dei motivi di ricorso che precedono, segue il rigetto della censura in esame.

12. Con il sesto motivo di ricorso e' dedotta la violazione e falsa applicazione, in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 3, degli articoli 112, 91 e 92 c.p.c., e nullita' in riferimento all'articolo 360 c.p.c., n. 4, della compensazione delle spese derivanti da violazioni e nullita' dei motivi precedenti.

In ragione dell'articolo 91 c.p.c., il giudice di appello avrebbe dovuto condannare il Comune alle spese e competenze dell'intero giudizio, sia di primo che di secondo grado.

13. Il motivo non e' fondato.

Correttamente, in ragione della soccombenza integrale, atteso che la sentenza di appello ha riformato la sentenza di primo grado revocando il decreto ingiuntivo, la regolazione delle spese di lite e' avvenuta ai sensi dell'articolo 91 c.p.c., con la condanna dell'unica parte soccombente al pagamento integrale delle stesse.

14. La Corte rigetta il ricorso.

15. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

16. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, da' atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. articolo 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro 4.000,00 per comperasi professionali, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, da' atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. articolo 13, comma 1-bis, se dovuto.


 
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